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20 settembre 2007
HO PERSO LE PAROLE - A Cosenza, il 29 settembre
Adesso che abbiamo appreso, per merito della confindustria siciliana, che la vera minaccia alla nostra sicurezza non sono i lavavetri ma i mafiosi possiamo finalmente riprendere a ragionare su Cosa Nostra. Partendo da un’onesta ammissione: il nostro ragionamento s’è assopito e poi definitivamente interrotto molti anni fa, dopo l’ultima vampata stragista della mafia e il suo inabissamento. Inabissamento, non scomparsa: la scelta d’una strategia diversa, un low profile che fino ad oggi – dal punto di vista di Cosa Nostra – certamente ha pagato: meno morti, meno processi, meno allarme sociale… Parallelamente a questa stagione meno rumorosa di Cosa Nostra, s’è radicato un luogo comune, e cioè che con questa mafia si può anche convivere. Senza proclami, senza esibizioni ma con il lento progredire di un’abitudine a parlar d’altro, a indignarsi d’altro, a preoccuparsi d’altro. Come se non vi fosse più allarme sociale. Come se la contabilità dei morti ammazzati, così esigua, fosse la prova che il nostro è finalmente un paese normale.
Senza dircelo, sulla lotta alla mafia abbiamo cominciato a disinvestire energie, risorse, attenzione. Le ultime edizioni della Commissione antimafia sono state deboli e burocratiche, un’occasione per lottizzarsi i consulenti, pochissima attività, relazioni conclusive piene di vento e di parole. Anche a sinistra parlar di mafia e dei temi correlati (quale sviluppo, quale libertà, quale democrazia sono possibili in terra di mafia?) è sfumato in un dibattito ripetitivo, trascinato per necessità e per buona creanza più che per convinzione, senza uno sforzo per aggiornare l’analisi, per andare oltre la mitologia dei corleonesi, per misurare la reale pericolosità sociale ed economica di una mafia capace oggi di dedicarsi totalmente al controllo del territorio senza inutili scorribande contro lo Stato.
A tenere alta la soglia di vigilanza ci hanno pensato alcune procure (non tutte!) e pochi ma tenaci cittadini. Penso a Luigi Ciotti che da vent’anni studia, analizza, fabbrica, propone e bestemmia, spesso isolato, spesso sopportato. Penso a Ivan Lo Bello, il presidente degli industriali siciliani, un giovane imprenditore che ha scelto di operare il più violento strappo culturale nella storia dell’industria siciliana abolendo il vecchio concetto di “neutralità” e pretendendo dai suoi associati il rifiuto al pizzo pena l’espulsione. Penso ai ragazzi di “Addio Pizzo” a Palermo, alla cooperativa Placido Rizzotto che fa vino e olio sulle terre un tempo di Riina, penso ai ragazzini di Locri e ai cronisti di Tele Jato, penso a storie così, a gente che non s’è mai stancata di spiegarci che dietro quel cessate il fuoco c’era la ricostruzione dell’impunità e dell’egemonia mafiosa. Oggi più forte che ai tempi dei corleonesi nella capacità di intercettare pubbliche risorse, controllare il territorio, imporre mediazioni e pretendere sostegno.
A sinistra? Parole prudenti, svagate, episodiche. Con la fastidiosa teorizzatone di un relativismo geografico e morale: per cui ciò che è politicamente inammissibile a Torino o a Bologna, forse può esserlo a Palermo o a Catania. Come leggere altrimenti le parole avventate di Piero Fassino che propone di allargare il centrosinistra in Sicilia all’Udc di Totò Cuffaro, il primo presidente di regione che sia stato mai imputato di favoreggiamento mafioso? Come decifrare l’evocazione del modello di Rudolph Giuliani da parte del ministro Amato per colpire implacabilmente vu’ compra, lavavetri e posteggiatori abusivi senza provare disagio per le cifre che dalla Sicilia o dalla Calabria rotolano su Roma? Il 70% delle attività commerciali e imprenditoriali taglieggiate dalle mafie, fatturati illegali pari ormai ai numeri di una finanziaria…
Bene fa dunque Sinistra Democratica a ripartire da qui: dal sud, dalla sfida di Cosa Nostra e delle altre organizzazioni criminali, dalla disperata battaglia per ritrovare la via di uno sviluppo che non passi attraverso l’assistenzialismo mafioso. Bene fa a proporre a Cosenza, il 29 settembre, la prima iniziativa tematica nazionale del movimento, dimostrando che su questi temi c’è un’urgenza di recuperare sensibilità, vocazioni e parole. Prima che laggiù tornino a sparare. Prima che sia davvero troppo tardi.
Claudio Fava



permalink | inviato da giusiviglianisi il 20/9/2007 alle 17:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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