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POLITICA
22 settembre 2008
L'àncora è stata levata, il viaggio è cominciato
Cari compagni, da ieri la Costituente di Sinistra ha un suo primo mattone, un inizio, un punto di partenza: non è ancora un soggetto politico, ma non è più una lontana profezia. Quando nascerà, quel soggetto politico dovrà nutrirsi del contributo e della passione di tanti: ma se qualcuno non si assumesse adesso la responsabilità di levare l'ancora, resteremmo inchiodati nel punto in cui gli elettori ci hanno confinati il 14 aprile: a contemplare i nostri lividi, a vagheggiare l'unità di tutta la sinistra, ad aspettare l'epifania.
E' cosa nota che questa responsabilità - tirar su l'àncora prima che arrivasse la notte - ce la siamo assunta noi di Sinistra Democratica: accelerando, animando la discussione, costruendo tappe di buona volontà. Adesso però si naviga insieme.
Insieme a chi? Qualcuno insiste: insieme a tutta la sinistra. Per me va bene: per altri meno. Ferrero e Diliberto hanno concluso i loro congressi decidendo che non parteciperanno ad alcuna Costituente di sinistra e che il loro orizzonte strategico è l'unità dei comunisti. Insomma, non ci stanno. Che facciamo: aspettiamo i loro ripensamenti? Riassembliamo sinistra arcobaleno a prescindere? Continuiamo a ritenere che l'unità sia più importante della verità? Lo scorso primo maggio il partito dei comunisti italiani, segretario in testa, ha sfilato per le vie di Torino intonando l'inno russo, e cantandolo in russo: cosa ci unisce a loro? Quale idea di paese condividiamo con quei compagni? Se qualcuno vuole portare la salma di Lenin in Italia, affar suo: ma ci sarà consentito dire che questo paese ha bisogno di un'altra sinistra? Che servono meno maestri d'ortodossia e più compagni di strada?
Ci sono centinaia di migliaia di donne e uomini che sentono di essere ancora comunisti e che vogliono declinare questa loro identità non per custodire un museo di sacri paramenti ma per impegnarsi a fare, a trasformare il paese, a ripensare pratiche e linguaggi della politica. Senza fare finta che il voto di aprile sia stato solo un incidente di percorso. La Costituente di sinistra alla quale stiamo lavorando si rivolge a loro e ai tanti che vengono da altre culture, da altre storie o semplicemente dalla loro storia personale ma che sono pronti a mettersi in discussione per un progetto più ampio, più responsabile, meno "identitario". Ci fa paura questo viaggio, compagni? Ci fa paura misurarci con chi non viene dai nostri recinti? Preferiremmo un bel rogito notarile tra segretari come si fece un anno fa?
Diciamoci la verità: alla riunione di sabato scorso, accanto ad alcuni interventi assai "politici" che frantumavano ogni capello in cento parti, i contributi più intensi e più positivi verso la Costituente sono arrivati da chi non ha mai avuto (o non ha più) una tessera di partito in tasca: Moni Ovaia, Ascanio Celestini, Alberto Asor Rosa, Flavio Lotti, Diego Novelli, Mario Tronti. Le loro parole ("facciamo bene, facciamo presto..") ci raccontano il paese reale, quel paese che esiste oltre le nostre finestre sbarrate, che chiede di noi e che s'è stufato d'attendere le nostre liturgie, i nostri seminari, le nostre immense prudenze. Quel paese vuol sapere se ci siamo ancora, se siamo in condizioni di raccogliere la sfida per una nuova sinistra e per un nuovo centrosinistra.
Per un nuovo centro sinistra: proprio così. O preferiamo restare per sempre custodi dell'opposizione lasciando che questo paese si sbricioli nelle mani della destra? Vogliamo limitarci a testimoniare il nostro sdegno, la nostra purezza, la nostra "indisponibilità"? Non so voi: io no. Vengo da una terra in cui se avessimo risposto soltanto con l'indignazione all'aggressione dei poteri mafiosi saremmo stati fatti a pezzi. A me interessa battermi per liberare questo paese dall'egemonia della destra, per restituirgli coscienza di sé, dei suoi diritti e dei suoi doveri, per rimettere in piedi un alfabeto di beni comuni, di valori, di parole perdute. Se non lo facciamo noi, se non diventa il punto d'onore di un progetto della nostra Costituente, di che sinistra stiamo parlando? Una sinistra che non si ponga il problema di riguadagnare l'egemonia perduta, di trasformare il paese, di rappresentarlo sarebbe un circolo di lettura. Afflitto perchè Lenin è sepolto a Mosca e non qui, ma incapace di assumere su di sé l'urgenza della sfida politica.
E la sfida della politica pretende capacità di confrontarsi. Anche con il PD. Senza fraintendimenti né ammiccamenti. Il PD si è arenato su una deriva politica moderata e reticente, noi ci stiamo impegnando a ricostruire una sinistra autonoma, responsabile, popolare. Il PD s'accontenta di dialogare con Berlusconi, noi siamo convinti che non vi sia spazio per alcun dialogo con questa destra ma solo per un rigoroso confronto parlamentare nelle forme e nei luoghi istituzionali. Differenze profonde, di cultura e di pratica politica, che non ci sottraggono però dalla responsabilità di provare a ricostruire, se ne saremo capaci, un centrosinistra che recuperi almeno in parte lo spirito positivo del primo Ulivo. Sbagliamo? Dovremmo dire al PD ciascuno per la propria strada, felici di riproporre una separazione consensuale? Continuare a regalare, saecula saecolorum, il paese a questa destra? Non fingiamo di non capirci: confronto è solo confronto, punto! L'11 ottobre noi saremo in piazza per rilanciare l'opposizione: e il PD non ci sarà. Il 25 ottobre Veltroni costruirà il suo PD pride: e noi non ci saremo. Ma questo non ci sottrae dal dovere di capire cosa fare, insieme, per questo paese.
Insieme a tutti coloro che non dovranno chieder permesso a chiese e vescovi. Abbiamo chiesto anche ai radicali di contribuire con il loro patrimonio di battaglie civili; lo abbiamo chiesto anche ai socialisti, convinti che esiste un comune spazio a sinistra più fertile d'una mera somma di identità. Insomma, stiamo provando a mettere insieme un campo di forze e di idealità che non parla solo ai partiti ma che non intende prescindere da loro; che propone alla sinistra civile di assumersi responsabilità e sovranità; che chiede alle donne e agli uomini di cultura di spendere per una volta questa loro cultura non nel chiuso d'un seminario ma dentro la carne viva di un processo politico che sta nascendo adesso.
Non è facile. Molte diffidenze, molte prudenze, molti bizantinismi. La vecchia politica spesso è dentro di noi. Ma quell'àncora l'abbiamo tirata su: non sappiamo se sarà america o nuove indie, ma indietro non si torna.
Claudio Fava



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POLITICA
9 settembre 2008
Fava scrive ai segretari del Centrosinistra su opposizione al Governo
Il Coordinatore Nazionale di Sinistra Democratica, on. Claudio Fava ha inviato oggi la seguente lettera ai segretari dei partiti del centrosinistra presenti e non presenti in Parlamento:

Cari amici, cari compagni,
la ripresa politica vede l’Italia di fronte a drammatiche contraddizioni economiche, sociali e ambientali, pesantemente aggravate dal procedere spedito di questo governo verso la rapida attuazione del suo programma.
In soli pochi mesi, disponendo di una larga maggioranza parlamentare e attraverso un uso distorto delle procedure istituzionali e delle norme costituzionali, la destra al governo sta mettendo in discussione i due pilastri fondamentali che reggono la vita democratica di un paese: l’equità sociale e i diritti civili.
Eppure, di fronte all’azione devastatrice di questo governo, l’opposizione non solo tarda a organizzarsi ma corre il serio rischio di presentarsi ancora una volta divisa, incapace di produrre in forma unitaria progetti e partecipazione.
E' per questo che non condividiamo l’ipotesi di svolgere, ad ottobre, diverse e distinte manifestazioni dell’opposizione, incapaci nei fatti di parlarsi, con l’unico risultato di lanciare un messaggio identitario e di divisione ulteriore. Troppo poco di fronte ad una realtà così pesante e troppo poco anche di fronte agli insegnamenti che tutti dovremmo trarre dalle divisioni e dagli errori che hanno segnato, in tutto il campo del centrosinistra, l’ultima campagna elettorale.
Sinistra Democratica vi chiede la disponibilità a costruire nelle prossime settimane una piattaforma e una mobilitazione di tutta l'opposizione: un’opposizione che - nel rispetto delle sensibilità politiche di ciascuno - finalmente si unisca e si rivolga al paese per mobilitare soggetti e coscienze.

Roma, 8 settembre 2008



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POLITICA
12 dicembre 2007
CONNESSIONE COL PRESENTE L'intervento del Presidente della Puglia Nichi Vendola agli Stati Generali della sinistra

Roma - domenica 9.12.2007


E’ come se d’improvviso avvertissimo un sentimento oscuro di spaesamento, di smarrimento dei nostri punti cardinali, di perdita del peso specifico dei nostri alfabeti, di esodo dagli universi simbolici della nostra vita.

E’ come se i nostri pensieri e il nostro fare abitassero sul ciglio di un crepaccio, dentro una frattura del senso delle cose, dentro uno smottamento in cui si schianta tutto lo spazio che abbiamo attraversato e in cui muore tutto il tempo – il tempo sociale, il tempo politico – che ha scandito le nostre storie.

Vedevamo il futuro illuminato da una idea, da un sole, da una volontà corale. Oggi vediamo il presente illuminato da tanti roghi in cui bruciano le cose materiali e le cose simboliche: bruciano i nostri boschi insieme alla idea-chiave dei beni comuni e dell’interesse generale; brucia nella sua roulotte un bimbo rom e insieme a lui s’incenerisce una soglia della nostra civiltà e persino un ancestrale sentimento di pietà; brucia la carne giovane del nuovo proletariato della fabbrica planetaria e insieme brucia tutta una storia della coscienza operaia, tutto un mondo del lavoro che aveva, nel corso dell’intero novecento, guadagnato la sua trama di significato sociale, la sua rete di dignità e di diritto.

Ciascuno di questi roghi ha il potere di rivelare il vuoto della politica che si è barricata nel talk-show, la crisi di una discussione pubblica che si trascina stancamente in forma di guerra civile simulata, la perdita di autorevolezza di una sfera politico-istituzionale che appare una replica dell’isola dei famosi.


Mentre fuori dalla politica, la società appare come certe spiagge quando c’è la bassa marea: con la battigia sporca di detriti, plastiche e alghe rinsecchite. Se togliamo l’audio al grande blob quotidiano sulla crisi di governo che appare e scompare come una lucina intermittente, sentiamo la voce degli esperti di banalità che danza sulla psiche dei nostri vicini-modello che hanno appena seviziato e straziato la vita di qualcuno, mentre il modello di padre e fratello e figlio perpetua il genio maschile della vitalistica onnipotenza dello stupro, mentre qualcuno dei nostri ragazzini videoregistra, col suo cellulare, un coetaneo che si toglie la vita.

Eccoci qua. Sepolta senza elaborazione del lutto e senza rito funebre l’ideologia della speranza, avanza l’ideologia del tubo digerente, del consumo mordi e fuggi, dell’epica del mio ombelico. Sepolti, con una certa furia iconoclasta, i partiti di massa della democrazia novecentesca, avanzano i partiti di cassa organizzati tra le viscere della cronaca nera e l’apologia della televendita. E in questa post-modernità in cui domina la materia e il feticcio della merce, in cui i poteri si concentrano sempre più nello spazio trascendente del mercato mondiale, in cui la vita e la morte diventano accidenti fenomenici della biologia, cosa volete che sia la politica? Un frammento di casta, in un universo di frammenti e di poltiglia, di corporazioni e di lobbies e di residui solidi urbani.


C’è davvero una frattura multipla che racconta i perché del nostro perderci e anche delle nostre perdizioni. Frattura nella condizione di lavoro, appunto: cioè cesura tra il lavoratore e la sua condizione, solitudine tipica del suo contratto atipico, esternalizzazione della sua storia produttiva rispetto a qualunque codice della cittadinanza, precarietà come destino e come identità, il prestatore di braccia e di cervello a un ciclo economico che non intende più assumerlo come un interlocutore sociale ma come un ingrediente meccanico, o al massimo come solitaria risorsa umana o materiale rotabile, rottamabile, magari infiammabile.

Del Welfare è questo il nuovo protocollo che non si può accettare: l’espulsione del lavoro dalla terra del diritto sociale e la sua regressione nella palude esistenziale della precarietà. E questo che oggi uccide, uccide metaforicamente quando ti toglie il senso delle cose, e ti uccide letteralmente, ogni giorno, quattro volte al giorno: una orribile morte proletaria che certo fa meno audience dei delitti di provincia consumati tra la noia adolescenziale e la paranoia televisiva.

C’è la frattura nella condizione del vivere urbano, in quella feroce distanza tra il lunapark del centro e l’inferno della periferia, in quella tracimazione del cemento che, alleando rendita fondiaria e speculazione edilizia, immaginò la crescita ipertrofica di città senza comunità, di luoghi senza qualità, di corpi edilizi incontinenti per corpi individuali spezzati e incomunicanti. E la periferia è diventata tutt’altro che un mondo residuale, ma la grammatica generale del vivere associato, anzi del vivere dissociato, il plastico urbano dell’ideologia totalitaria della precarietà. C’è la frattura nella condizione della famiglia, disarticolata per fasce generazionali, con la fine della coabitazione delle tre generazioni che non mescolano più i loro saperi e le loro esperienze, con gli anziani esternalizzati in luoghi specializzati, gli adulti intenti sulle proprie carriere, l’infanzia affidata all’agenzia educativa del grande fratello o delle piccole chat.


In questa geografia dei nostri territori polverizzati e caotici, in questa antropologia orfana di polis e quindi disperatamente estranea alla politica, c’è un bisogno vitale, direi viscerale, di tornare a porci le domande giuste. Non le risposte giuste, quelle in cui ognuno diventa geloso della propria nostalgia e si presenta come il custode fallimentare della propria identità e della propria bandiera. Le domande giuste. Quelle sui poteri che ergono barriere architettoniche e sociali e culturali per dividere, per separare il genere umano, per dare nevrotiche appartenenze nei recinti angusti del proprio villaggio o della propria tribù o del proprio alfabeto. La precarietà e la nevrosi della sicurezza sono gli ingredienti decisivi dell’egemonia culturale della destra, e cioè del berlusconismo che trascende gli schieramenti politici e diviene lo spirito dei tempi: che celebre la religione della competitività e la liturgia della flessibilità; che è garantista con chi è garantito e giustizialista con chi è già stato giustiziato dal tribunale della globalizzazione; che mistifica le parole fino al punto di immaginare la pace economica in termini di guerra infinita; che vuole indurci nella tentazione della violenza affinché ogni idea di cambiamento (la rivoluzione) possa smarrire e mistificare se stessa.

E’ una società della paura, in cui l’ordine costituito delle corporation divora ogni ordine democratico e lo riduce a fiction televisiva.

Qui serve il coraggio di una nuova nascita. Non la sapienza di chi mette insieme tante piccole cose antiche. Serve che ciascuno e ciascuna lavori per questo cimento del futuro: un parto, un partire, non so se un partito. Una costituente, non l’equilibrio precario di corpi costituiti. Un soggetto che sappia leggere nel cuore della nostra società, sappia sondarne i fondali melmosi, sappia coglierne il dolore sociale e le domande di senso. Una sinistra che non sia un riassunto, un bignami di ciò che fummo, ma una casa capace di ospitare quelle domande di libertà che chiedono di rompere la gabbia di tutte le precarietà e di tutte le solitudini socialmente programmate. Certo è doloroso uscire da se stessi, si ha paura di dissipare sentimenti e patrimoni messi assieme con tanti sacrifici. Ma è necessario farlo. C’è un verso di Pasolini che mi pare particolarmente adatto a indicare questa nostra condizione sentimentale e politica; dice così “Piange ciò che muta, anche per farsi migliore”.


Appunto, compagni e compagne, è il dolore di un parto ma anche la curiosità e l’allegria di una nuova partenza”.




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3 settembre 2007
COSA NOSTRA La vera emergenza

Ci voleva il presidente dell'Associazione degli Industriali siciliani per farci capire che, nel Paese reale, l'emergenza mafiosa non sono i lavavetri ma i mafiosi: con un gesto senza precedenti Ivan Lo Bello ha comunicato che caccerà dalla sua associazione gli imprenditori che pagano il pizzo a Cosa Nostra. Sono bastate due righe d'agenzia per ribaltare il suggerimento di consociativismo mafioso che l'ex ministro dei Trasporti Lunardi propose qualche anno fa ai siciliani spiegando che alla mafia non c'è rimedio, e che dunque conviene abituarsi a conviverci. Un rimedio dunque c'è: basta non pagare.

Ci perdonerà l'assessore Cioni di Firenze, ma ci sembra lontanissima, parole da un altro pianeta, anche la sua fiera intervista di qualche giorno fa.

Quella con cui annunciava la crociata contro gli stracci e i secchi dei maghrebini agli incroci della città. Se parliamo di sicurezza (e di rischi: quelli veri), il Paese reale oggi non sono i semafori di Firenze ma la periferia di Catania. Al signor Vecchio, presidente dei costruttori edili, hanno fatto quattro attentati in otto giorni: bombe, incendi, saracinesche divelte... L'ultimo, due giorni fa, dopo che era già stata disposta dal prefetto la protezione ventiquattrore su ventiquattro nei suoi confronti: una tanica piena di benzina lasciata davanti al deposito di un suo cantiere. Come dire: lo Stato può pure tentare di proteggervi con scorte e vigilanza, ma se noi mafiosi vogliamo farvi saltare in aria l'azienda, non ci ferma nessuno. Dal canto suo, il signor Vecchio ha fatto sapere, per la quarta volta (con una lettera aperta che l'Unità ha pubblicato ieri in prima pagina), che alle cosche lui non pagherà un centesimo.

In altri tempi, tempi non troppo remoti, a un imprenditore così tenace nel rivendicare la propria dignità di cittadino e di uomo, avrebbe fatto subito eco il saggio ammonimento degli altri imprenditori: non fare l'eroe, paga, campa tranquillo, pensa ai figli,che tanto per recuperare i piccioli ti basta evadere un poco di tasse... Andò più o meno così sedici anni fa con l'imprenditore Libero Grassi a Palermo. Grassi non pagò, andò il televisione e davanti a qualche milione di italiani spiegò che se si fosse piegato a quel miserabile ricatto mafioso non avrebbe più avuto la forza di guardare in faccia i figli. Due giorni dopo il presidente della sua associazione di categoria gli fece sapere, a mezzo stampa, che era un fesso, che a Palermo pagavano tutti e che quel baccano non serviva nemmeno al buon nome della Sicilia. Per Grassi fu una condanna a morte: isolato, umiliato, a completare il lavoro ci pensarono un paio di ragazzotti assoldati dalla cosca che pretendeva il pizzo. Lo ammazzarono sotto casa scaricandogli una pistola in testa, così gli altri avrebbero imparato da che parte stare.

Non tutti hanno imparato, non tutti si sono rassegnati. Il presidente degli industriali siciliani, che non fa solo accademia ma rischia anche le proprie aziende e la propria pelle, è uno che non s'è rassegnato. E che ha deciso di portare solidarietà al signor Vecchio senza chiacchiere ma nell'unico modo possibile: mandando a dire ai mafiosi che in Sicilia, tra quelli che non pagheranno più il pizzo, non ci sarà solo il costruttore catanese.

Certo adesso arriveranno i primi pelosissimi distinguo. Qualche commerciante si agiterà dicendo che lui il pizzo non sa cosa sia. Qualche collega di Lo Bello argomenterà che sì, certo, adesso denunciamo, però lo Stato, signori miei, dov'è lo Stato? che fanno a Roma? e cosa c'entriamo noi poveri cristi siciliani? Qualche gioielliere palermitano continuerà a pensare quello che ha sempre pensato: lui non paga il pizzo, al massimo fa un regalo, ecco, un regalino ogni tanto a certi amici, che così non gli fanno più rapine, risparmia sulla vigilanza e tiene la saracinesca alzata fino alle dieci di sera. E a Firenze qualcuno continuerà a lustrarsi con lo sguardo con gli strofinacci sequestrati durante la giornata ai lavavetri. Come se fossero kalashnikov e non scopette.


Claudio Fava



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31 agosto 2007
LAVAVETRI/2
Caro Gigi,

sono d'accordo solo in parte con quello che scrivi sulla vicenda dei lavavetri di Firenze.

Andiamo con ordine: 1) dal punto di vista della legalità i lavavetri fanno un lavoro illegale, spesso sono l'ultimo anello della catena di un racket, allo stesso modo sono illegali anche i parcheggiatori abusivi, i venditori ambulanti senza licenza, e così via. Anche loro spesso sono l'ultimo anello della catena.

L’Italia è il paese dove i furbetti del quartiere fanno affari illeciti (con il "tifo" di una parte della classe politica), dove i piromani appiccano "impunemente" incendi provocando distruzione e morte, dove gli abusivi costruiscono terrazze che crollano con conseguenze mortali per gli inquilini e con quasi nessuna conseguenza per loro, dove gli ubriachi vanno in giro in macchina a falciare i cittadini e rimangono impuniti, dove dei deputati “cattolici” sono accusati di cedere droga alle prostitute con qui si intrattengono e di omissione di soccorso e potrei continuare all’infinito con la serie di reati che in Italia non vengono puniti. E’ alquanto bizzarro che in questo paese un assessore di una giunta di un comune di centrosinistra decide di usare il pugno duro contro i lavavetri e bisogna chiedersi perchè? Le risposte possono essere tre: Uno) i lavavetri sono l'anello più debole della catena e quindi nel costume italico dell'ultimo "ventennio" i più facili da colpire, due)sono per la stragrande maggioranza stranieri e per questo si possono colpire con l'approvazione della maggioranza della popolazione (anche questo fa parte del nuovo costume italiano), tre)le due cose insieme.

Non vedo altre motivazioni e quindi se questo provvedimento viene da un amministrazione di centrosinistra inanzitutto mi indigno! (Non recrimino sulla deriva che sta prendendo il Partito Democratico, perchè ormai è un fatto accertato ed è sotto gli occhi di tutti.)

2) Sicuramente indignarsi non basta dobbiamo chiederci perchè la stragrande maggioranza dei cittadini italiani sono d'accordo con questo provvedimento (su questo sono d'accordo con te). Non c'è dubbio che un'ampia maggioranza dell'opinione pubblica, influenzata da un "ventennio" di cultura dell'odio e della paura (propagandata in Italia dai media Berlusconiani e seguita da quasi tutti i restanti mezzi d'informazione del paese) e terrorizzata dall'ondata migratoria degli ultimi anni, sia diventata quantomeno intollerante se non razzista.

La nostra debolezza nell’affrontare questo dato di fatto è lampante, sono d’accordo con te dobbiamo proporre delle soluzioni e tu indichi una strada e delle proposte che mi trovano in perfetta sintonia, ma dobbiamo anche analizzare i cambiamenti dell’ultimo ventennio. Dobbiamo capire perché la globalizzazione neoliberista, il Berlusconismo e la deriva “destrorsa” di gran parte dei dirigenti del neo partito democratico ha un vasto consenso nel paese; dobbiamo chiederci perché il riferimento politico della stragrande maggioranza dei dirigenti del centrosinistra è Sarkozy un uomo della destra storica e non Zapatero un uomo della sinistra riformatrice e perché ciò avviene con l’approvazione di tutti i cosiddetti “Opinon leader” del paese. Dobbiamo chiederci perché uomini storicamente di sinistra, accettano ruoli istituzionali da un presidente francese che è palesemente di destra, che propone la castrazione chimica, l’esclusione della Turchia della UE, e via dicendo.

Dobbiamo chiederci perché il mondo della cultura nei decenni scorsi schierato in gran parte a sinistra, ora appoggia acriticamente il nascente partito democratico e in parte firma addirittura per “il manifesto dei coraggiosi” di Rutelli.

Dobbiamo anche chiederci dove sono finiti quelle centinaia di migliaia di giovani che hanno dato vita al movimento altermondialista, in Italia denominato faziosamente e impropriamente dai media “movimento No Global” per accostarlo alle violenze di quattro idioti e alle sparate di Caruso & c.

Un movimento che ha espresso i temi del futuro del pianeta, che hanno appassionato migliaia di giovani e che hanno fatto rinascere la mobilitazione. Che fine hanno fatto questi giovani?

Che fine hanno fatto i temi che loro hanno messo al centro della loro azione? Che risposte abbiamo dato noi a questi ragazzi?

Ripartiamo anche da questo.

Hasta a pronto.
Giolì Vindigni




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28 agosto 2007
La sbandata (Tutti pazzi per sarkozy)
Tutti pazzi per Sarkozy (Nicolas, non Cécilia). Per un paio di mesi è sembrato in Italia che il nuovo presidente francese fosse per la destra quello che per la sinistra è stato il premier spagnolo José Zapatero: e cioè l'esempio di come si mantengono le promesse elettorali e di come si possono operare riforme di fondo. Ma mentre sulla base e sugli elettori dell'Ulivo Zapatero ha ancora una presa fortissima (le sue scelte laiche, la legislazione sui Pacs...), alla classe politica e agli spin doctors del neonato Partito democratico il solo nominare il premier di Madrid fa venire l'orticaria («Mica siamo in Spagna qui!»). Invece sembrano essersi presi tutti una cotta per «Sarkò»: in italiano questo tipo d'innamoramenti si chiama «sbandata» che qui va intesa in senso letterale e politico.
Ormai si sprecano le lodi sperticate al dinamico inquilino dell'Eliseo. I buonisti hanno cominciato a sgiuggiolare con la scelta di ministre di origine immigrata: Rachida Dati alla giustizia, Fadela Amara alle politiche urbane, Rama Yade ai diritti umani. Poi sono tutti caduti in ammirazione per le nomine bipartisan, a cominciare da quattro (ex) socialisti: Eric Besson (transfuga dal Ps) è sottosegretario; il cofondatore di Médecins Sans Frontières, Bernard Kouchner, è ministro degli esteri; l'ex ministro della cultura (il «Nicolini francese») Jack Lang fa parte della Commissione per le riforme istituzionali (presieduta dell'ex premier Edouard Balladur e in cui siede anche un altro ex deputato socialista, Olivier Duhamel); infine l'ex consigliere economico di François Mitterrand, ed ex enfant prodige dell'economia francese, Jacques Attali, presiede la commissione per le riforme economiche di cui fanno parte anche la ex ministra conservatrice spagnola Ana Palacio e due italiani, l'ex ministro del centrosinistra Franco Bassanini, e l'ex commissario europeo Mario Monti.
Ma perché sarebbe ammirevole tutto ciò? Forse che con tre ministre di origine maghrebina, Sarkozy è meno odiato nelle banlieues degradate di Francia? E poi, forse in Italia tutto sarebbe risolto se un Silvio Berlusconi tornato al potere facesse entrare nel suo gabinetto Michele Salvati, Renato Nicolini e Gino Strada? Romano Prodi dovrebbe aprire la sua compagine a Giulio Tremonti, Vittorio Sgarbi e don Pierino Gelmini? Vivremmo forse in quell'Eden politico che ci viene prospettato come «post-ideologico», «né di destra né di sinistra»?
Sono decenni che i conservatori di tutto il mondo ci assordano con «la morte delle ideologie». Ma George W. Bush ha conquistato due vittorie che più ideologiche di così non si può: in queste due vittorie i conservatori repubblicani hanno raccolto il frutto di una guerra ideologica all'ultimo sangue che hanno combattuto per trentacinque anni con enorme dispendio di mezzi e di intelligenze.
Nel nostro piccolo, l'offensiva ideologica la subiamo tutti i giorni quando la sigla Usl viene tramutata in Asl, dove l'«unità» deve far spazio all'«azienda» (e allo «spirito d'impresa») e in ospedale non siamo più pazienti, ma «clienti», in treno non siamo più passeggeri, ma «clienti», anche all'università i nostri figli non sono più studenti ma sono diventati «clienti», unica categoria antropologica ammissibile per lo sfrenato liberismo che è assurto a vera ideologia totalitaria, anzi a religione trionfante di questi anni.
Perché al libero mercato ci si crede, è una fede. Per cui, quando ci parlano di post-ideologico, vogliono solo dirci che l'unica ideologia consentita è il perbenismo liberista che, come unico correttivo agli sfaceli prodotti dal libero mercato, porge solo carità, filantropia, Ong, e «conservatorismo compassionevole» (Bush). E «morte delle ideologie» è solo il loro modo di dirci che la nostra ideologia è morta e che la loro trionfa: la caratteristica di ogni ideologia è di non riconoscersi come tale, proprio come ogni religione considera idolatre tutte le altre religioni e mai se stessa.
Viene il sospetto che, invocando Sarkozy a nume tutelare, le nuove teste d'uovo del Partito democratico vogliano attuare la «strategia Cacciari»: come il filosofo-sindaco ha sostenuto per anni che l'unico modo per battere la Lega era essere più leghisti di Bossi, così ora la nuova trovata geniale del Pd è che per battere la destra bisogna essere più di destra di Berlusconi.
O almeno, sempre e comunque, bipartisan. Infatti, da noi, ci si deve genuflettere non solo al dio mercato ma anche al bipartisan che è nei cieli, come fosse un marchio di qualità.
Ma, come ha mostrato con il suo propendere all'(altrui) castrazione, Sarkozy non è affatto bipartisan. Ed è facile profezia prevedere che nel menu di riforme che gli saranno presentate dalle sue commissioni bipartisan, sceglierà solo quelle che gli si confanno e che si accordano con la sua specifica ideologia, che è poi è sempre quella della borghesia reazionaria francese, già descritta da Karl Marx nel 18 brumaio di Luigi Napoleone Bonaparte, e che instancabilmente presenta le vecchie ribollite della reazione come «il volto nuovo della politica».
Ed è paradossale che l'adorazione tutta italiana per Sarkozy (in Germania ne hanno un'opinione ben peggiore) assuma toni lirici proprio mentre in Francia vi sono i primi crolli nei sondaggi, le prime crepe nella popolarità, i primi nodi al pettine per promesse che si riveleranno troppo costose, in termini sia economici, sia politici: o Sarkozy annacqua parecchio il suo vino, o l'autunno in Francia sarà torrido.
Ma ognuno ha gli idoli che si merita. E forse allora la verità recondita di questa nostrana «sbandata» è che, ancor prima di costituirsi, il Pd ha già svoltato a destra e che i suoi leader sono pronti a sedere sugli strapuntini offerti dal prossimo Sarkozy italiano. Però, temiamo, senza vivere con altrettanta, ammirevole, gallica nonchalance le proprie disavventure coniugali.
di Marco D'eramo
dal manifesto




permalink | inviato da giusiviglianisi il 28/8/2007 alle 18:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
1 agosto 2007
PREVITI CI HA LASCIATI...
Previti non è finalmente più deputato di questo parlamento, ma il previtismo è vivo e lotta insieme a noi...
Quello che colpisce, in questa vicenda, è il distacco abissale tra il senso comune di ogni persona non disgustosa ed il clima ipergarantista che si è respirato in questi 14 mesi alla camera dei deputati.
Alla fine Previti si è dimesso atteggiandosi ad eroe e vittima di persecuzione, nel silenzio assoluto dell'aula (vedi descrizione della giornata nella Repubblica), senza che una doverosa pernacchia ricostituisse il senso della realtà
Il messaggio implicito trasmesso dal centrosinistra (con le dovute ovvie differeze) è che la decadenza di previti fosse più un atto dovuto che un piacere ed un elemento di liberazione e pulizia morale (vedi dibattito alla camera).
Insomma continua ad esserci un clima ultragarantista per esponenti politici, imprenditori, manager, alti dirigenti, mentreil comune cittadino, peggio se sfasolato ed extracomunitario, viene trattato come un numero con gelida fermezza "burocratica".
Mai come in questo momento la giustizia in Italia è stata di classe, tanto che si denunzia indignati l'estremismo di quei magistrati che applicano i principi basilari della civiltà giuridica ai più deboli (vedi extracomunitari) e al tempo stesso si difende l'indifendibile per i grossi papaveri.
E' necessaria quindi una vera e propria rivoluzione culturale e morale che affermi il primato
dell'etica come prerequisito essenziale della politica e determini una dimensione del garantismo
come difesa dei deboli dai forti e non viceversa.
E" difficile pensare che questo possa farlo il partito democratico, o la sinistra si assumerà questo compito facendone un elemento essenziale del proprio programma o "l'antipolitica" strariperà come un fiume in piena.



permalink | inviato da gigisavoca il 1/8/2007 alle 10:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
31 luglio 2007
VIZI PRIVATI E PUBBLICHE VIRTU'
Chi ha una certa età ricorderà questo vecchio film il cui titolo così bene si adatta alla vicenda del deputato Mele dell'UDC (spassosissimo il commento sul blog di beppe grillo che consiglio a chi vuole farsi due minuti di risate).
Sarà questa la volta buona per gridare a pieni polmoni che il re è nudo, che la famiglia è si luogo di solidarietà affettiva ma è anche lo spazio in cui si consuma violenza brutale, pedofilia, oppressione psicologica, ipocrisia, ecc...
Vogliamo farla finita con questa subalternità alla chiesa che difende la famiglia mentre ial tempo stesso impedisce ai suoi preti e alle sue suore di farsene una anche per incamerare i loro beni ereditari!
La doverosa difesa dei diritti degli omosessuali non è l'unico terreno di pratica dei diritti civili, questi riguardano tutti noi alla ricerca di rapporti umani ed affettivi basati su una scelta libera e responsabile che poco ha a che fare con vincoli giuridici e tantomeno ecclesiali.
La possibilità di decidere del proprio corpo, di come vivere e di come morire, sono tutti fattori importanti di una concezione della libertà che deve costituire elemento decisivo di una nuova identità della sinistra.
Portiamo avanti questa battaglia con convinzione e facciamola finita con le astuzie, i compromessi al ribasso, le ipocrisie di chi ne fa merce di scambio nel mondo della "politica".



permalink | inviato da gigisavoca il 31/7/2007 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 luglio 2007
PRECARIETA': I NODI AL PETTINE
le norme sulla precarietà inserite dal governo in extremis, senza sottoporle all'esame del sindacato, e per di più considerate "inemendabili" anche se non sono state mai discusse nemmeno in consiglio dei ministri, costituiscono un banco di prova centrale per la sinistra e per il governo.
Dopo tante chiacchiere sui giovani emerge la volontà, da parte del partito democratico, di lasciare sostanzialmente inalterato il precariato tra i giovani e per di più di incentivare il lavoro straordinario (quindi disincentivare nuove assunzioni) con trattamenti fiscali di favore che costituiscono un aggravio di spesa per incrementare...la disoccupazione, facendo un regalo alle imprese.
Su questi temi occorre ricostruire una piena unità d'azione della sinistra in concerto con il sindacato, sfidando l'area "riformista" sul terreno assolutamente decisivo dell'egemonia sulle nuove generazioni, il che fa piazza pulita di tutte le elucubrazioni sullo spirito conservatore, superato, ecc...
Sul terreno dei contenuti possiamo rilanciare la nostra iniziativa e vincere la sfida con le altre forze del centrosinistra (altra questione centrale, ad esempio, l'ambiente).
La festa che Sinistra Democratica organizzerà a settembre può rappresentare il momento ed il luogo di un forte slancio in questa direzione.



permalink | inviato da gigisavoca il 26/7/2007 alle 11:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
POLITICA
20 luglio 2007
Pensioni: un esito positivo
L'accordo governo-sindacati che ha chiuso la vertenza sullo scalone maroni si presta certo a critiche e perplessità ma rappresenta il massimo che si poteva ottenere oggi, in questo clima politico-culturale e con questi rapporti di forza.
E' stata respinta una tambureggiante campagna dei poteri forti, supportata da grande stampa e TV, nonchè dalla componente centrista del centrosinistra, che mirava a sconfiggere il sindacato additandolo come forza corporativa e conservatrice.
Stessa sorte doveva toccare alla sinistra "radicale" negli ultimi giorni promossa al rango di sinistra "comunista" tout court.
Sia chiaro che non potremo ribaltare questa situazione, in cui ci troviamo chiaramente a giocare in difesa, se puntiamo tutto sulla visibilità nei media e nella trattativa politica all'interno del governo. Occorre avere la capacità di dare risposte convincenti in grado di creare egemonia, per questo è urgente approfondire l'unità di azione programmatica tra le varie forze di sinistra ma non solo; è tempo di aprire una discussione a tutto campo sui caratteri salienti di un nuovo socialismo del xxI secolo in cui rimetterci tutti in discussione perchè non basta rivendicare le vecchie bandiere ma occorre agitarne di nuove per coinvolgere, innanzitutto, le giovani generazioni.
Bisogna avere coraggio e superare le nostre pigrizie mentali, solo se ci riusciremo avremo un futuro.
































































permalink | inviato da gigisavoca il 20/7/2007 alle 19:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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